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CARICATURE DA UNA GITA – Memoria comica del viaggio di istruzione nelle Marche, ad uso di chi c’era… e di chi può soltanto immaginarselo.Il tutto incominciò nell’ormai lontano 6 aprile scorso, quando, alle sei di mattina, una marmaglia di gente si radunò nelle stazioni dei pullman di mezza Valtellina… Nessuno di loro aveva davvero la consapevolezza delle proprie azioni, ma tutti sapevano che il da farsi era stato coordinato saggiamente dal lungimirante professor Salvetti (ormai per noi "Onorevole") e che questo, da solo, bastava per giustificare la propria presenza e il proprio agire. Dopo piccoli disguidi e trascurabili incomprensioni logistiche con gli autisti - forse dovute all’ora precoce della levata mattutina - finalmente, in quel di Colico, con l’avvento tra di noi della professoressa Pini (“ma Buongiorno!”), responsabile del nostro gruppo, l’organizzazione iniziò il suo prospero dominio, riuscendo a mettere ognuno al proprio posto, e la nostra IIIB salì - forse chissà (?) per volere del destino - sul magico “pulmino” del Giuliano (l’autista, naturalmente). Vogliamo soffermarci su questo metro e settanta d’uomo, dotato di camicia rigorosamente azzurra, pancetta d’ordinanza e folta chioma argentata? Ebbene sì, il profilo corrisponde a quello del nostro autista, un bergamasco doc, il nostro Giuliano, colui che per salutarci subito sbraitò contro un allarme scattato causa zaino, colui che dopo due sole ore di viaggio mormorò, con palese irritazione, la frase cult della gita: “Ghe di intension de cantà fin a mezdì… che so dre a diventà cioch?!” (e qui ci scusiamo per l’approssimativa trascrizione del bergamasco, n.d.a.). Con questa uscita, il nostro eroe perse d’un sol colpo tutta la sua credibilità ai nostri occhi, e fu così noi ci impadronimmo della sua psiche: il suo punto debole era stato scoperto, l’avremmo ricattato e smascherato, certo, ma nessuna di noi si era ancora accorta che questo opportunismo sarebbe poi, in un futuro, diventato amore. Dopo circa sette ore di canzoni, giochi e pettegolamenti vari, giungemmo finalmente in quel di Gradara, incantevole borgo medioevale, popolato da “sciure” dedite alle vendita di armi contundenti e antistress (souvenir dal sapore medievale, naturalmente). Nessuno apprezzò la bellezza del luogo, e nemmeno la cucina, ma dopo tre giorni il ricordo di quell’ultimo autentico pasto vagava nei sogni e nelle bocche di ognuna di noi: quella pasta, quella carne, quelle patate, quei sapori saporiti, quel gusto gustoso… tutto ciò rimase come un sogno lontano dei nostri palati, almeno fino al ritorno a casa. Il cibo in quel di Pesaro era, ed è tuttora, monotono e poco commestibile, e ciò non è da attribuire tanto al cuoco, ma piuttosto a Gigetto, il giovane cameriere vagante per la sala da pranzo con l’unico scopo di creare disordine e fare colpo sulla nostra Simo (Simona Porta, n.d.a.), sfoderando una tattica, a onor del vero, molto originale - sugo sui vestiti e patate galleggianti nei bicchieri - ma ovviamente fallendo, pur notevole nei suoi sforzi, tanto da diventare la nostra seconda mascotte della gita, insieme al già citato Giuliano. Continuando la descrizione della città che ci ospitava, meritano certamente menzione gli indigeni. Gente, quest’ultima, a nostro dire decisamente curiosa (a testimonianza di questo fatto, una cavia è stata inserita all’interno della casa del GF), basti pensare che i ragazzi locali sono strani, tanto che alcuni di essi – e possiamo testimoniare - forse in preda a crisi d’identità e in spirito di emulazione delle scimmie del noto “Parco delle Cornelle”, si divertono ad arrampicarsi su muri e cassonetti, mettendo così alla prova i pollici prensili dell’uomo, che in quel di Pesaro sono appunto quattro e non due. Altra attrazione del posto è costituita da "Rufus", la guida, colui che i compaesani chiaman Michelangelo, soggetto di specie umana sul metro e ottanta, capelli neri alla Freddy Mercury, ma che con questa grande star ha in comune solo l’abbigliamento e quel che i maligni mormorano. Di lui chiunque rammenta il vestiario, fonte di scommesse clandestine, la sciarpa viola e le scarpe beige… di lui nessuno, purtroppo, si ricorda le parole, i luoghi e le spiegazioni, ma forse ciò che realmente importa è proprio il ricordo del personaggio in se stesso. La visita a Fano fu più sbrigativa e libera, guidati ancora una volta da "Rufus", vagammo per Chiese e monumenti per un paio d’ore per poi dirigerci verso bar e piadinerie. In molti si spostarono verso il mare muniti di bibite e panini. Presso questa città accadde l’inverosimile, la massa disorientata tra piccioni, zaini, foto e pisolini, attendeva i professori, che, comodamente se n’erano andati in trattoria, abbandonando, a motivo della gola, i poveri fanciulli al loro destino, sotto il sole cocente, ma nonostante ciò le nostre capacità di sopravvivenza spiccarono al massimo livello e abbiamo resistito all’attesa... prova superata, insomma (e prof. perdonati)! “Arrivederci, linguistico!!!”. Partendo per le grotte di Frasassi accadde quello che nessuno di noi poteva immaginare: il pullman del nostro associato linguistico si rifiutò di viaggiare ancora per due ore, un po’ di riposo serviva pure a lui! Così, il mezzo abbandonò alla cattiva sorte una moltitudine di alunni, che diventarono i profughi della gita, rimanendo ore e ore sotto il sole cocente (ancora!) in uno sperduto autogrill. Fortunatamente, il nostro pullman non si arrese e ci portò, sani e salvi, a destinazione, facendoci tirare un sospiro di sollievo. Per la bontà che da sempre ci appartiene e ci contraddistingue, decidemmo che in questo viaggio di due ore non avremmo né cantato né parlato, ma dormito, in posizione che pure il kamasutra ci avrebbe invidiato… Dopo questo lungo e tuttavia dolorante riposo, con acciacchi e blocchi muscolari arrivammo a destinazione e visitammo le grotte, trasportati da un pazzo autista su di un pulmino giallo. Qui iniziò il calvario di certe persone, che provarono un vago senso di nausea, poi tramutatosi in abbassamento di pressione una volta all’interno, ma al diagio pose pronto ed efficace rimedio la spacciatrice di zucchero del gruppo (la sottoscritta, Elisa Gianoli), che gratuitamente distribuì la magica sostanza, che ai più deboli provocò addirittura effetti allucinogeni, così nelle grotte fummo scortati anche dai nostri amici immaginari. Finalmente il ritorno in hotel, altra breve dormita, una sana e rilassante doccia e, dopo cena, relax tutti insieme al pub dell’angolo. Dopo quattro risate e quattro chiacchiere, il letto ci attendeva di nuovo, dormimmo come angioletti, più o meno, e la mattina alle sette… suonarono le sveglie, la voglia non c’era, ma tutti ci mettemmo in piedi per un nuovo viaggio, destinazione Urbino!! Sappiate che Urbino è una città impervia, salite e fatica ovunque, mentre la discesa è solo una, fenomeno per il quale nemmeno Piero Angela riesce a dare una spiegazione sensata e soddisfacente. La visita a Palazzo Ducale finì col sollecitare in qualcuna di noi velleità e fantasia da architetto, spingendola ad immaginare improbabili mordernizzazioni dell’edificio, che, a nostro modesto parere, arricchito di attrattive quali biliardo, piscine e sala da bowling, sarebbe, a dir poco, molto più interessante! Dopo il classico fugace classico “pranzo da gita”, ci dirigemmo di nuovo verso il nostro Giuliano, che, incitato dai nostri cori da stadio, ci caricò sul suo mitico pulmino e partì alla volta della Valtellina. Oltre ai classici coretti, il viaggio si snodò tra irragionevoli giochi verbali col disponibilissimo Prof. Tirelli, gente che dormiva (e capace di poltrire persino distesa nel corridoio del pullman), cena all’autogrill e finalmente eccoci a casa! Tutti un po’ assonati ed ancora eccitati, già senza più traccia di ricordi di nessun monumento, o di alcuna spiegazione, ma con la viva consapevolezza che in questi tre giorni con la III BS, quindi anche grazie a noi, le sorprese non sono mancate… vero prof?! Chantal Cerri ed Elisa Gianoli - III BS |
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